Marcello Bernardi e il judo

Il giorno dell´utopia


di Cesare Barioli

Ed.Vallardi


L’autore:

Ho conosciuto Cesare Barioli ventisei anni fa e ho trascorso un terzo della mia vita nell’atmosfera che lui ha saputo creare attorno a sé. Non ci siamo mai accapigliati perché io sono pigro e, sotto sotto, anche un po’ timido. Ma spesso non siamo d’accordo. In apparenza. Cesare è un uomo che fa di tutto per provocare, per mettersi in contrasto con chiunque, per coltivare la contraddizione. E’ ancora immerso in quella “fase di negazione” che è tipica dei bambini di due o tre anni e degli adolescenti. In termini antropologico-culturali si potrebbe dire che è dominato dal mitico-simbolico e che rifiuta fieramente il logico-concreto. In altre parole è un idealista sfegatato (Marcello Bernardi).


Sul judo:

Un distinto anziano signore con baffi, esile e diritto come una spada, vi guarda con espressione mite. È il professor Jigoro Kano, creatore del Judo. Il suo ritratto è appeso in tutte le pa1estre in cui si pratica quest’arte. E non va affatto d’accordo con 1’immagine che comunemente si ha del Judo. Questa terribile lotta giapponese, per chi non la conosce, sembra consistere essenzialmente in uno spietato esercizio della violenza, nella mossa segreta e micidiale, nell’urlo di combattimento, nella proiezione fulminea, nel tonfo sinistro dei corpi che si schiantano. E non si capisce che cosa c’entrino gli occhi sereni e placidi del professor Kano che, dall’alto, contemplano i contendenti.


Per capirlo bisogna entrare nello spirito del Judo. I1 quale non è violenza, ma controllo della violenza; non è aggressione, ma partecipazione; non è conflitto, ma amicizia. Come risulta dal nome: via della cedevolezza. Diceva lo stesso Jigoro Kano che il Judo è la costante ricerca del migliore impiego dell’energia, e non solo di quella fisica, in un clima di amicizia e mutua prosperità. In altre parole, il vero judoka cerca di agire sempre meglio, quindi di vivere sempre meglio, per il bene suo e degli altri. Egli tende continuamente verso un più equilibrato controllo dei suoi impulsi, della sua mente e dei suoi gesti; si studia di progredire insieme agli altri, in uno stretto rapporto di collaborazione; è animato da spirito di benevolenza e di generosità. L’egoista, l’arrogante, il sopraffattore, l’insensibile, non può fare un buon Judo.


Buona educazione, fiducia nel maestro e amore per l’arte: sono le tre qualità che si devono coltivare dentro di sé per praticare il Judo. Il che vuol dire rispetto per gli altri, umiltà e dedizione. In breve, civiltà.


Perché il Judo è proprio questo: una scuola di civiltà (Marcello Bernardi).