Il Mahabharata

di Jean-Claude Carrière

Ed.Vallardi

Recensione tratta da “Il sole 24 Ore – Domenica”, 1° febbraio 2004, n° 31 p. 28.


Una sceneggiatura per gli dèi

La versione del “Mahabharata” del collaboratore di Peter Brook

(di Giuliano Boccali)

Il Mahabharata, il “Grande poema dei discendenti di Bharata”, è il poema epico nazionale dell’India: opera eccezionale e composita, priva di confronti in Occidente sia per dimensioni per concezione, è ampia quanto otto volte circa l’Iliade e l’Odissea messe insieme. La vicenda epica vera e propria è rappresentata dal conflitto dinastico tra le famiglie di cugini rivali dei Kaurava e dei Pandava, questi ultimi in realtà digli di dèi. La posta è il possesso del mondo intero; partecipano quindi alla contesa, schierati per gli uni o per gli altri, tutti i sovrani e i guerrieri della terra. Ma la narrazione, fino alla battaglia risolutiva e alla successiva ascesa al cielo dei protagonisti, occupa (non consecutivamente) solo la metà circa del testo. La rimanente è dedicata a “digressioni” di ogni sorta: religiose, filosofiche, giuridiche, mitologiche, aforistiche, narrative e perfino astronomiche e geografiche.


Raggiunge la forma a noi pervenuta, frutto della fusione di materiali disparatissimi, intorno al IV secolo d. C. Secondo alcuni studiosi, l’assetto definitivo del Mahabharata è frutto del disegno intenzionale di un unico autore, miticamente chiamato Vyasa: in un periodo in cui l’India rischiava di essere sopraffatta da culture di origine straniera, iranica o centroasiatica, questi avrebbe inteso raccogliere attorno alla trama epica tutto ciò che la cultura indiana aveva generato di più significativo in ogni campo esprimibile con la scrittura, coordinandolo intorno a una potente visione religiosa ed etica. Si condivida o meno questa convinzione, il Mahabharata si pone come un’immensa enciclopedia narrativa e filosofico-religiosa della civiltà indiana e impregna di sè la religiosità, la mitologia, il pensiero, le letterature successive dell’India.


Il nucleo della visione offerta dal Mahabharata è il “dharma”, che costituisce l’essenza stessa dell’induismo. Si tratta di un’esperienza complessa, che riunisce le valenze espresse in Occidente dai termini “legge” (religiosa, morale, e perfino naturale), “giustizia”, “obbligo” (religioso, morale e sociale), “ordine”; questa esperienza e le sue manifestazioni concrete in tutti gli aspetti dell’esistenza, non solo umana, sono illustrate infinite volte nel poema, soprattutto attraverso narrazioni esemplari. Il culmine è nella famosissima Bhagavadgita, “Il canto del glorioso signore”; qui Krishna, manifestazione del dio supremo Vishnu, svela all’eroe Arjuna la struttura etica e religiosa dell’intero universo: il poemetto nell’immenso poema ha per l’induismo il valore dei Vangeli per il cristianesimo.


Appare evidente, anche dai brevi cenni, che le traduzioni integrali del Mahabharata non possono abbondare: sono infatti solo tre, due in inglese di autori indiani, una in francese, e sono tutte ottocentesche anche se più volte ristampate. Più recenti sono alcune sintesi e riscritture, due delle quali apparse anche in Italia nei primi anni 90, tradotte dall’inglese. Al poco folto panorama si aggiunge ora una proposta attraente di Vallardi che ha appena pubblicato un Mahabharata davvero particolare, molto accessibile anche per dimensioni, e di altissimo livello. Si tratta del racconto dovuto a Jean-Claude Carrière, lo sceneggiatore (in precedenza fra l’altro de Il fascino discreto della borghesia e de Il fantasma della libertà) che ha firmato con Peter Brook i celebri Mahabharata teatrale e cinematografico.


La mano del grande sceneggiatore si avverte, e giova a introdurre nel mondo suggestivo e mirabile del poema: con la scelta felice degli episodi, che effettivamente permettono “una lettura facile dell’insieme della storia, senza perdere nulla dei diversi livelli”, con la loro impaginazione dinamica, con la scrittura diretta e attuale che sa evocare la tensione narrativa, il contrasto dei valori in gioco, l’atmosfera mitica dei tempi in cui, come efficacemente scrive il curatore Cesare Barioli, “uomini e dèi si parlavano, si amavano e si uccidevano anche”.